Perdiqua e il volontariato per il terremoto

…un grande grazie ad Alice ed ai volontari dell’associazione Reggiana Perdiqua!

Articolo integralmente tratto da darvoce.org

“Frammenti di un momentaneo insieme”. Sono quelli che ricostruisce Alice Mazzoli, coordinatrice dell’associazione reggiana Perdiqua, ripensando all’attività dei volontari svolta nel maggio 2012 nelle zone devastate dal terremoto.
Perdiqua è un associazione che nasce nel 1998 dall’idea di creare un gruppo di ragazzi che trovassero nel volontariato verso i più bisognosi un’occasione di crescita personale, di conoscenza e confronto con gli altri.

Quest’idea è ancora la base fondante di Perdiqua, che coinvolge ogni anno centinaia di giovani tra i 15 e 27 anni in attività di volontariato presso alcuni centri propri (ludoteche, doposcuola, attività con anziani, etc.) e centri di altre realtà del territorio reggiano con cui collabora da anni.

Quando nel maggio 2012 una larga fetta di Emilia è stata squassata dal sisma, che ha provocato vittime e terribili distruzioni, moltissimi reggiani si sono impegnati per dare una mano, in ogni modo possibile, per lunghi mesi di lavoro. Tanti hanno deciso di prestare direttamente assistenze nelle aree maggiormente colpite, dove sorgevano i campi di accoglienza delle migliaia di persone rimaste senza casa.
Fra loro, le ragazze ed i ragazzi di Perdiqua, fra cui Alice Mazzoli, una delle coordinatrici dell’associazione.

“Sono già passati mesi dalla mia esperienza di volontariato a San Felice sul Panaro, paesino nella bassa pianura modenese colpito dai terremoti del maggio 2012. Eppure i miei ricordi sono ancora nitidi e intensi”, spiega Alice. “Ricordi – continua – che sono riaffiorati ora, grazie a qualche lettera e pensiero che ho ricevuto dai ragazzi di cui sono stata responsabile e coordinatrice in quelle giornate di settembre.

Ricordo come l’idea di formare un gruppo di giovani volontari che portasse un aiuto nelle zone terremotate sia nata dalla volontà dell’associazione Perdiqua di rendersi utile durante la ricostruzione dell’Emilia, di esserci per dare soprattutto sostegno agli abitanti”. Col passare dei mesi l’idea ha preso pian piano forma grazie alla disponibilità e alla collaborazione del consigliere comunale di S. Felice Elisa, degli istruttori sportivi ed educatori dell’associazione World Child e della Protezione Civile. È stata però l’entusiasta partecipazione dei ragazzi Valeria, Pietro, Roberto, Federica, Chiara, Francesco e Arianna a permettere di realizzare il progetto.

É con la costante e vivace presenza di questi sette ragazzi, e con quella fugace ma volenterosa di Francesca, altra giovane volontaria, assieme al breve ma indispensabile supporto di Sara e Antonio di Perdiqua, che ho vissuto per quei cinque giorni a San Felice”.
I ricordi sono tanti, nella testa di Alice. “Mentre scrivo, la mia attenzione ricade sui tanti fogli sparsi che ho accanto, e tra questi su una lettera, che inizia con un semplice:

Cara Alice, […] quando mi hai chiesto di unirmi a te per un ritiro di qualche giorno al fine di aiutare coloro che abitano le città maggiormente colpite dal sisma ero titubante; venire significava affrontare un breve viaggio con persone estranee in un luogo di cui ricordavo a stento il nome! Le domande che affollavano la mia mente erano tante: “E se non mi trovassi bene?? Non potrei tornare a casa da un momento all’altro…”, “E se ci fossero nuove scosse e tutto cominciasse a tremare all’impazzata?? Non ci sarebbero volti amici a rassicurarmi…”. Ma il fine della nostra missione si è fatto largo tra i mille problemi che mi allontanavano dalla partenza portandomi, così, alla decisione di mettermi in gioco e fare il biglietto. […] Nessuno dei miei compagni di avventura aveva effettuato quel viaggio prima di allora, pertanto era l’insicurezza ad imporci di stare in allerta ad ogni fermata del treno per capire quando sarebbe arrivata l’ora di scendere. […]

Ecco la fermata che ci attendeva; ci era stata preannunciata dalle macerie lontane che si intravedevano dietro la stazione. Case pericolanti recavano la scritta “PERICOLO DI CROLLO”, altri edifici erano sostenuti da impalcature provvisorie, delle altre strutture non restavano che ricordi lontani… Nei nostri occhi non c’era più posto per l’insicurezza che si respirava una volta scesi dal treno. Il messaggio era chiaro: il nostro compito era infondere sicurezza a coloro i quali era stata violentemente strappata”. È la lettera scritta da un’altra volontaria, Valeria.

“Ricordo bene che, come per Valeria, così come per gli altri ragazzi, anche per me non è stata immediata e senza timori la scelta di partire”, ragiona oggi Alice. “Il viaggio avrebbe significato avere la responsabilità del benessere e della sicurezza degli altri volontari. Avrebbe significato aiutare a gestire le attività per numerosi bambini al campo estivo del paese. E avrebbe significato convivere rispettosamente con la sofferenza dei terremotati sfollati nelle tende della protezione civile. Le incertezze erano quindi tante, per tutti. Ma a convincerci a partire è stata la sola consapevolezza che lo scopo del viaggio era più importante dei nostri dubbi: sapevamo che con noi avremmo portato un po’ di speranza nel futuro di quelle persone che avevano perso tanto e stavano lavorando duramente per ricominciare”.

Mesi di lavoro e di pensieri, spesso finiti su carta. Come quelli di Arianna: “Raduno alcuni fogli sulla scrivania, sovrappensiero, e mi ritrovo in mano un’altra lettera, che inizia a raccontarmi: E’ stata una tristezza infinita vedere anziani trascorrere la giornata seduti sotto la tettoia di una scuola elementare dichiarata parzialmente inagibile; vederli obbligati, anche quando avevano problemi fisici, a vivere in una tenda; sapere che, per quanto attrezzata e nuova fosse, questa non li avrebbe protetti completamente dall’umidità e dal freddo, così come non ha protetto noi; e ancora, guadare le nostre brande e sapere che per molti quei letti non erano poi tanto ‘provvisori’.

E che impressione la passeggiata serale per il centro storico puntellato e abbandonato, sprofondato nel silenzio. La Rocca crollata, così come la torre e la chiesa. Però […] abbiamo visto il grande lavoro di una tendopoli impegnata nella propria sussistenza e in quella del territorio vicino; abbiamo parlato con persone disorientate, che avevano gli occhi ancora grandi per la paura e che non sapevano come avrebbero fatto a ripartire ma che giorno per giorno cercavano di rimettere in piedi un pezzetto della loro vita. Abbiamo visto che, nonostante tutto, dopo cena si aveva voglia di fermarsi tutti nel salone a giocare a carte o raccontarsi la giornata.

Abbiamo giocato con tanti bambini; a volte ci hanno raccontato le loro storie, altre ce ne hanno palato indirettamente, attraverso i loro giochi, inscenando un trasloco o battendo i piedi per terra, imitando il tremare della terra. Abbiamo collaborato con ragazzi e ragazze che, nonostante la stanchezza, continuavano ad organizzare giochi, attività, gite per loro”.

“Ricordo anch’io, come Arianna, che giunti a San Felice abbiamo incontrato sconforto e preoccupazione, ma inaspettatamente anche tanto ottimismo ed energia. Tra la gente serpeggiava la voglia di scuotersi e ripartire con grinta, sostenendosi a vicenda e accogliendo con entusiasmo chi, come noi, arrivava per aiutare. Ed è così che a San Felice abbiamo vissuto, tra sentimenti e sensazioni contrastanti, giornate piene di emozioni e attività. Abbiamo passato le mattine e i pomeriggi al campo estivo in compagnia dei bambini, che con i loro sorrisi sono diventati simbolo di forza e reazione davanti alle difficoltà. Abbiamo giocato a pallavolo tra di noi al rientro nel campo, prima della doccia, per bisogno di sentirci uniti e di scaricare le tensioni della giornata. Abbiamo giocato a carte con gli anziani delle tende e condiviso con loro una festa di compleanno. Abbiamo visitato il centro storico semi distrutto, camminando per le vie con rispettoso e sconcertato silenzio. Alla fine, una sera, abbiamo riflettuto su di noi e sul significato di quello che avevamo fatto, per conoscerci meglio e per condividere a cuore aperto quello che stavamo ancora vivendo.

Noi volontari a San Felice ci siamo così messi in gioco e a disposizione dell’altro. La volontà di esserci si è rivelata più utile delle nostre capacità. La condivisione della quotidianità si è rivelata più utile delle nostre parole”.

E questa esperienza, afferma oggi Alice, “mi ha confermato l’importanza dell’aiuto reciproco, indispensabile alla vita. Esattamente come le parole di Federica mi hanno confermato, ancora una volta, che il servizio di volontariato aiuta e fa bene a chi lo compie, ancor prima di chi lo riceve:

A parte che ho conosciuto persone fantastiche, sono felice perché queste sono quel genere di cose che, secondo me, soprattutto in una fase come l’adolescenza, […] se hai qualche dubbio sulle tue capacità, sul tuo poterti mettere in gioco, ti possono aiutare. Non dico che ti si apre la mente e improvvisamente ti è chiaro chi sei o cosa sarai nella vita, ma almeno ti mettono sulla strada giusta da percorrere. […] Ringrazio ancora, per l’ennesima volta, per avere concesso questa opportunità che, a mio parere, mi ha aiutato anche ad iniziare con una grande carica di energia quest’anno! E spero davvero che almeno una parte del bene che ha fatto a me lo abbia fatto anche alle persone, ai bambini, ai volontari che ho incontrato!”.

La riflessione non termina qui, e continua prendendo spunto dalle parole di Chiara, un’altra volontaria reggiana: “Lancio un’occhiata ai fogli ordinati che ho vicino e vedo spuntare l’angolo di una lettera scritta a mano. Riconosco la grafia sottile. La sfilo e mentre il mio sguardo fruga tra le parole si sofferma su un pensiero:
…battiti accelerati, lacrime e mani pronte ad accogliere. Tutto questo è stato S. Felice per me. Non una semplice esperienza di volontariato, ma una esperienza di tutti i sensi […].
Fare volontariato aiuta ad aumentare il nostro spazio interiore, a dilatare il cuore, ad ascoltarci dentro senza il timore di sentirci fragili e, allo stesso tempo, lascia la consapevolezza di essere roccia per chi avvicina la propria fronte al nostro petto.
Ho incontrato centinaia di occhi e di mani di bambini ed anziani a S. Felice.
Ho incontrato lo sgomento, la paura, la rabbia.
Ho aperto la porta al dolore, all’inspiegabile, ad una natura che ci ricorda che non siamo invincibili.
Ma ho incontrato soprattutto la condivisione, la solidarietà, la vita nel suo stato più puro, luminoso e cristallino”.
Con queste parole Chiara fa capire come per lei, per me e per gli altri ragazzi del gruppo, le giornate a San Felice siano state più di una semplice esperienza di volontariato.

E quindi, chiude Alice, “Penso quindi che Arianna parli a nome di tutti noi quando, concludendo la sua lettera, scrive: Ogni momento vissuto là, ogni volto conosciuto, ora è custodito dentro di noi e ci accompagna ogni giorno. Dobbiamo tanto a questa esperienza. Oltre a tutto il resto, ha fatto scoprire a un gruppo di ragazzi quasi estranei di essere un gruppo di amici”.

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