L’Emilia è in piedi

dal sito di “Gioia” del 3 maggio 2013

di Ilaria Solari – foto Annalisa Mazzoli (che ringraziamo per esserci venuta a trovare già più volte, con idee e suggerimenti)

Dopo le scosse di 12 mesi fa, le donne sono tornate al loro posto: nei container, nei caseifici, nelle scuole, negli ospedali, sorridenti come le vedete nelle foto. Grazie al loro lavoro, la “Bassa” si è rialzata. Ma c’è ancora tanto da fare e la buona volontà non basta. Servono i soldi

L-Emilia-e-in-piedi_detail_gal

 

Venti secondi la prima scossa, 30 la seconda: tanto è durato il sisma che tra il 20 e il 29 maggio di un anno fa ha messo in ginocchio i Comuni della Bassa emiliana. Da allora, nei racconti delle donne che abbiamo incontrato in questi giorni a Mirandola, Cavezzo, San Felice, il tempo ha preso a scorrere in maniera anarchica, disertando gli appuntamenti con la routine e le abitudini sedimentate. Incongruamente dilatato, come in un brutto sogno, mentre la terra tuonava e un gesto banale come infilare le chiavi nella serratura e scappare pareva impossibile. Febbrile, nei giorni successivi, quelli dei primi soccorsi, della conta dei morti. C’è stato poi il tempo serrato della rimozione delle macerie, quando merci e attività si trasferivano in strada, giardini e campagne erano accampamenti spontanei e sui giornali si decantava l’operosità degli emiliani. Da allora il ritmo delle cose che succedono è impercettibilmente rallentato, fino a diventare stagnante. La vita è in qualche modo ripresa, ma niente è tornato come prima. Molte delle scuole, delle attività produttive, senza sede sono ancora nei container; tra gli sfollati, gli italiani sono ospiti di amici e parenti o sistemati in case in affitto; gli stranieri, prima ricoverati nelle tendopoli, ora vivono nei “map”, moduli abitativi provvisori.

L-Emilia-e-in-piedi_detail_gal (1)

«Quando, a pochi chilometri da qui, dici che sei di San Felice», spiegaPaola, 56 anni, erborista, un negozio crollato, un altro illeso nel quale, con fatica, ha ripreso l’attività, «ti rispondono: “Beh, adesso è tutto a posto”. Ma non è mica un raffreddore che prendi qualcosa e passa. Prima ti davi dei tempi, magari Natale, e pareva già un’esagerazione. Ora è il momento più difficile, è passato un anno e non è ancora successo nulla».

Un segno, qualcosa che deve succedere: sono le parole più invocate tra queste donne che non sanno piangersi addosso e nemmeno nella disperazione rinunciano a cordialità e toni pacati. «Un piccolo pianto l’ho fatto», ricorda Ester, 47 anni, imprenditrice agricola, «davanti a un impiegato gentile che mi spiegava che dovevo fare una domanda per ciascuno dei fabbricati venuti giù». Ora, infatti, è il momento della burocrazia, la vera sfida è orientarsi tra le richieste di risarcimento. Le domande hanno nomi come Mude o Sfinge: «Come si fa a chiamare Sfingeun modulo già di per sé complicato, non le pare una provocazione?». Sulla scarsa fantasia dei funzionari, Ester, bionda, simpatica, madre di tre figli grandi, si lascia andare a una risata.«Il problema è che, per distribuire i miliardi stanziati dal governo, la Regione sta creando un’impalcatura fotonica, in modo da evitare che vadano nelle mani sbagliate: devi dimostrare tutto, quando basterebbe venire qui a vedere lo sfacelo», dice, mostrando gli antichi granai crollati.

L-Emilia-e-in-piedi_detail_gal (2)

Donne che evocano la fatica, ma sembrano instancabili, come Elisa, 29 anni, che dirige col padre una fattoria biologica con caseificio e mucche. A lei è venuta l’idea della prima catena di email per vendere le forme di grano cadute: «Nel testo non chiedevo aiuto, parlavo di diritto al lavoro». Sulle prime, i vecchi allevatori del consorzio l’hanno presa per pazza. Elisa ci è abituata: è stata la prima donna ammessa, con la sua giovane aspirante casara, a scuola da un maestro di mozzarelle pugliese: «Volevamo imparare a fare i formaggi freschi, che nessuno qui produce. Ma le donne non le voleva: ci ha fatto restare a guardare. Come girava le spalle, immergevamo le mani di nascosto nella salamoia».Elisa ha pure insistito perché le ragazze della sua squadra imparassero a guidare il camioncino: «Sulle prime protestavano. Poi, con il terremoto, è servito per recuperare la nonna di una di loro bloccata al terzo piano». Le abbraccia con lo sguardo, le sue ragazze in camice bianco: «Col terremoto, le avrei caricate su un aereo e portate via. “Ti abbiamo visto costruire il caseificio, vogliamo stare qui quando verrà giù”, hanno risposto. La sera me le sono viste arrivare coi mariti, gli amanti, i conviventi armati di materassi.
Resiste anche Paola, pur avendo “una via di fuga” sul lago di Garda, «dove potrei tornare a essere l’erborista e non la terremotata. Ma questo è il momento di fare scelte per il paese: l’erboristeria è un punto di ascolto, la gente compra le tisane, soprattutto rilassanti e tranquillanti, e poi si informa su chi è tornato, chi ha riaperto e dove». Anche se il centro di San Felice è un colabrodo: «Su una settantina di negozianti, abbiamo riaperto in 43, ma tra transenne e macerie non c’è più il piacere di passeggiare, non c’è la percezione del paese».

C’è chi si rassegna, come Stefania, 38 anni, a ricominciare da capo poco lontano. «Il negozio (prodotti per capelli e make up) era già inagibile con la prima scossa. La casa, a Cavezzo, era proprio accanto alla chiesa, di cui è rimasto solo il perimetro, ho dovuto affittarne un’altra a Medolla». Ma prima ha pensato all’attività. «Federica, mia amica da vent’anni, aveva un negozio di scarpe quattro vetrine più in là, distrutto anche quello: abbiamo fatto le cose insieme, continuando a spalleggiarci», fino a decidere di trasferirsi entrambe nella galleria commerciale approntata nei prefabbricati un po’ fuori dal paese: «Il Comune ci ha messo a disposizione il suolo pubblico, noi ci siamo organizzati; in teoria dovrebbe arrivare un contributo all’80 per cento, intanto abbiamo pagato noi, grazie a un finanziamento».

L-Emilia-e-in-piedi_thumb_gal (1)

Altri il centro storico lo presidiano, come i negozianti del “5.9”. Con questa cifra, una sfida all’intensità della prima scossa, altri negozianti di Cavezzo hanno battezzato il proprio centro, autocostruito nel cuore del paese. Sembra pensato per durare, gli interni sono arredati con gusto, c’è persino una grande terrazza: «Ci resteremo per tre anni», spiega Barbara, 41 anni, che con Karina, 26, sta per aprire una spaghetteria. «Poi, se il Comune dà l’autorizzazione, per altri due».Barbara gestiva una pizzeria col fidanzato; Karina, polacca, da 13 anni in Italia, è camionista. Il terremoto, che ha sparigliato le carte un po’ ovunque, le ha convinte: «Bisogna tenere vivo il centro, la gente rivuole indietro la propria vita».

Tra i servizi che presto o tardi sono ripartiti, due istituzioni si sono rese da subito autentici presidi per la popolazione: l’ospedale di Mirandola e le tante scuole disseminate tra i paesi. Il primo non ha mai veramente chiuso. L’équipe del dipartimento di Ostetricia, ginecologia e pediatria è sulle barricate dai primi minuti dopo la prima scossa. «Nei mesi a ridosso del sisma assistevamo le pazienti sotto i tendoni, con 40 gradi di temperatura», ricorda la dottoressa Maria Cristina Galassi, che dirige l’unità operativa. «Siamo rimaste a lungo un punto di aggregazione, i mariti si sistemavano sulle panchine, ci chiedevano informazioni sui negozi aperti». Ora l’attività è ripresa a pieno regime, le stanze sono tutte rinnovate. Le infermiere ci mostrano con orgoglio le tre sale parto, compresa quella per le nascite in acqua. La loro presenza è ancora a rischio, ma a minacciarle non è più il sisma: «Si parla di chiudere i punti nascita sotto i 500 parti. Molti stranieri, soprattutto i cinesi, dopo il sisma se ne sono andati. Siamo guardati a vista: per noi mantenere l’esistente non è poca cosa». Anche per una questione affettiva: «Nell’emergenza», spiega la dottoressa Francesca Pantoli, «la prima cosa che ci chiedevano i bambini era: “La tua casa è su?”. Così avevano almeno tre certezze: c’eravamo, potevamo curarli e avevamo una casa». Un pellegrinaggio ugualmente confortante, dopo l’emergenza, lo hanno inaugurato gli allievi dell’Istituto Galilei, di Mirandola: «Quando non c’era più niente che tenesse, la scuola, inagibile e chiusa, restava un punto di riferimento», ricorda Giorgia, 17 anni. «Ogni tanto andavamo in bici a trovarla. Ci ha tenuti uniti».

L-Emilia-e-in-piedi_thumb_gal

La ripartenza delle scuole alla data consueta, per la gente della Bassa, è stato a tutt’oggi l’unico vero segno che qualcosa finalmente succedeva. «Ripartire, meglio di prima, è stato il nostro motto», spiega la professoressa Elena Balestrazzi, dell’Istituto Galilei di Mirandola, «prima sotto i tendoni e poi in questa nuova struttura, tutta domotizzata e tirata su in due mesi. Tra un paio di anni torneremo nella vecchia sede, ricostruita con criteri antisismici. La tragedia ci ha convinto ad accelerare le innovazioni, anche nella didattica, aprendo per esempio la scuola all’esterno».

«È stata una strana estate», ammette Elena, 17 anni, «siamo diventati grandi e non avevamo scelta: veder crollare davanti ai nostri occhi ciò che avevano costruito i nonni e i genitori ci ha resi consapevoli di cosa vogliamo». Così quella costellazione di paesi senza un centro di aggregazione o un locale per i giovani, è diventato un piccolo vivaio. Sono nati nuovi gruppi musicali e persino una radio, 5.9. «L’idea è nata nei parchi e nei bar all’aperto in cui ci ritroviamo», spiega Doina,17 anni a giugno, origini moldave. «Le radio del posto ci hanno dato un mixer e il primo microfono», spiega Matteo, pizzaiolo. «Siamo partiti dal sisma: ciò che ha cambiato in noi. Ma una web radio ti mette in contatto col mondo: abbiamo conosciuto i ragazzi dell’Aquila, dove dopo quattro anni non è successo niente. Non potremo parlare di terremoto per sempre, ma ora sì. E se qualcuno in ascolto ci chiede: “Nella Bassa come va?”, dobbiamo dirlo che va male. Gli aiuti non arrivano e il lavoro non riparte. 5.9 chiama. Ora aiutateci».

Advertisements